L'incipit di un racconto incompiuto (come sempre)
- Che squallore!
Aveva trascorso almeno un’ora a ripetersi queste due parole, sdraiata a pancia in su, le mani sul ventre per cercare di sedare il raccapriccio. Sembrava che le viscere volessero scappare via per sottrarsi a quel triste spettacolo. Adesso, seduta, fissava la collana appesa al muro, quella collana orrenda che le aveva comprato sua madre e che non riusciva a buttare via; la fissava come se nascondesse la soluzione, la risposta, il rimedio. Che cosa stupida pensare che una collana viola con frange, pon pon e placche dorate possa svelare qualcosa! Forse può indicare quanto poco mia madre conosca i miei gusti, questo si, ma non è sicuramente il rimedio a tutto questo squallore. Ma infondo nulla lo è…sarebbe altrettanto stupido aggrapparsi a qualcuno o qualcosa. Sono tutte illusioni!
Eppure molti avevano illusioni del genere e spesso l’avevano scambiata per un appiglio, forse per il suo aspetto materno, tondeggiante, o per la sua rara capacità di mantenere la calma nei momenti peggiori.
Fortuna che non credo più agli occhi, alle bocche, alle mani. Le parole più dolci non significano più nulla per me, non le trovo affidabili; e non parliamo poi degli abbracci disperati, dei baci appassionati, dei chiari di luna, degli sguardi acquosi da cucciolo ferito. E’ una fortuna che io abbia smesso di crederci. E’ più facile che io decida di indossare quella collana piuttosto che una di queste cose riesca ad ingannarmi un’altra volta.
Era ancora in pigiama ed era quasi notte un’altra volta. Non aveva bisogno di vestirsi e uscire per sapere cosa sarebbe successo, queste cose hanno un finale prestabilito, standard. L’esattezza matematica delle sue previsioni stava all’origine della sua nausea: le relazioni hanno sempre degli incipit brillanti, originali, intriganti, ma finiscono sempre nello stesso identico modo.
Se almeno una volta qualcuno riuscisse a sorprendermi non mi sentirei così. Dicono che i sogni siano dannosi, che creino dentro di noi delle aspirazioni impossibili da realizzare, che i risveglio sia doloroso e lacerante. Ma non è più lacerante stare qui con gli occhi spalancati su questa meschinità, senza speranza?
Rimpiangeva l’autunno. A settembre aveva scritto decine di poesie su piccole inezie: un uomo incontrato per caso, un sorriso, il caffè che avevano bevuto insieme. Ad Ottobre lo aveva invitato a cena insieme ad altri amici. Lei per qualche strana ragione pensava che fosse vegetariano. La sensazione di gioia e paura che provava mentre cucinava per lui le riaffiorava alla mente. Ancora poesie che la svegliavano la notte e poi le canzoni. Provava una gioia strana nell’amarlo senza che lui lo sapesse, nell’amare un’immagine di lui che forse neanche corrispondeva del tutto alla realtà. Immaginava che la stringesse nel buio e poteva sentire la sensazione precisa che avrebbe provato se fosse stato reale. Non aveva bisogno di altro. Ascoltava le sue canzoni e lo vedeva cantare per lei seduto sul letto, poi cantavano insieme in un duetto immaginario ma per lei più reale della realtà stessa. Era stato un errore farsi avanti e scoprire quello che in fondo già sapeva, cioè che lui non era la stessa persona delle sue fantasie; non che fosse meschino o cattivo, semplicemente non la amava, a differenza del suo doppio onirico, che invece non viveva che per lei. Era stato un errore interrompere quel sogno che le procurava gioia e riprendere a camminare con i piedi per terra.
Per fortuna io credo solo alle persone immaginarie e non a quelle reali. Sarei già finita al manicomio altrimenti.
- Che squallore
Si guardò le mani. Non erano mai state belle, non le aveva mai curate e, anzi, le mortificava rosicchiandosi furiosamente le unghie; eppure avevano qualcosa di magico a guardarle. Erano mani affettuose, paffute, pallide. Le sue mani le assomigliavano. Decise che quelle mani non avrebbero più mentito a loro stesse, che non si sarebbero mai più abbassate a quel livello, che avrebbero atteso con pazienza di essere di nuovo mani.